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venerdì 17 marzo 2017

"Along the river" [recensione]

Nel New Mexico del 1905, quando l'epopea del West è ormai svanita, lo sceriffo Frank De Ville si ritrova in una situazione da incubo da dover affrontare a tutti i costi, mentre i Navajo sono al limite di una rivolta per via dei bianchi che vogliono impossessarsi delle loro terre e per un orribile omicidio avvenuto all'interno della loro riserva.

È questa, molto succinta, la trama del romanzo western di Giampaolo Galli, da pochissimi giorni disponibile nelle librerie online (e di cui avevo già parlato). Nato come racconto, sviluppato come cortometraggio con protagonista Franco Nero, Along the river è poi diventato un romanzo a tutti gli effetti, grazie all'abilità di scrittura del suo autore.

Giampaolo Galli riesce, con grande abilità, a buttare giù una vicenda ricca di azione e di significato. Un padre alle prese con un figlio ribelle e un brutale assassinio tra i Navajo, proprio mentre sono in corso trattative col governo, intrecciano la storia in una spirale non solo di violenza ma anche di disperazione e di profondi sentimenti. La burocrazia del Grande Padre Bianco e la sua avidità, come anche il marcio dei suoi rappresentanti e l'orgoglio (o quello che ne resta) dei Navajo, danno al romanzo un pensiero sulla situazione indiana, mentre la vicenda di Frank De Ville tocca le corde dei lettori e li lascia spesso con l'amaro in bocca, mentre lo sceriffo sprofonda sempre più nel suo incubo che mette alla prova i sentimenti di padre e marito. Tutto l'intreccio viene guardato dall'alto da una natura grandiosa e impassibile con il progresso che comincia a farsi sempre più opprimente pure in quel fazzoletto di deserto.

Galli scrive benissimo, e si vede. Il romanzo è una lettura piacevolissima non solo per il modo in cui è costruito ma anche per il modo in cui è narrato. Uno stile particolarmente cupo, crepuscolare e tagliente come i personaggi che animano la storia e che tiene il racconto sempre sull'attenti. In tutto ciò aiuta anche l'ambientazione e la conoscenza degli ambienti naturali, rievocati con una prosa che riecheggia molto Cormac McCarthy.

Along the river è l'ennesimo romanzo per quelli che dicono che gli italiani non sanno scrivere western. È un racconto con un'anima e dei sentimenti, e si vede che Galli è riuscito a proporli perchè li sente suoi.
Date una possibilità a questo romanzo che merita senz'altro la lettura.

mercoledì 15 marzo 2017

"Brimstone", o una discesa all'inferno

Comincio col dire subito una cosa: Brimstone è un pugno nello stomaco. Innanzitutto toglietevi dalla testa l’idea che si tratti di un western classico e poi preparatevi ad una vicenda molto crudele. Per evitare di dover spoilerare troppo, si può riassumere così: una ragazza (Dakota Fanning) è perseguitata da un reverendo senza scrupoli (Guy Pearce).
Diretto da Martin Koolhoven, Brimstone è una discesa nell’inferno di ciò che può creare la fede in una religione. Non solo per chi crede ma anche per chi sta dalla parte opposta, e vorrebbe solo vivere la vita in pace e senza dover rinunciare ai diritti più elementari. Nel film c’è tutto questo e molto altro. Costruito ad incastro e diviso in quattro capitoli (Rivelazione, Esodo, Genesi e Castigo – che richiamano ovviamente la Bibbia, così come l’intero film), Brimstone segue la vicenda di Liz, una colona muta dal passato non proprio felice, che un inaspettato giorno si ritrova a dover fronteggiare il suo incubo peggiore: un reverendo sfregiato, con cui ha un legame oscuro. Questo racconta il primo capitolo, e la storia di Liz e del Reverendo verrà narrata a ritroso per i successivi due capitoli, per poi ritornare al presente e concludere con l’ultimo, il quarto. Questa scelta porta a un intreccio della vicenda tale che aggiungere qualcos’altro potrebbe svelare troppo a chi non ha visto il film.
Guy Pearce è una vera e propria macchina di crudeltà. Un uomo di religione che segue alla lettera la Bibbia, compiendo atrocità su atrocità, guidato dalla luce della fede (e probabilmente prendendola a pretesto per sfogare i suoi istinti) e dalla paranoia della sessualità. Dakota Fanning è la sua vittima (non che molte altre non lo siano, nel corso del film) e il film dimostrerà come la sua breve vita sia stata triste e molto sofferta.
Come detto in apertura, Brimstone è uno shock: Koolhoven non risparmia efferatezze e scene gore, il sangue (nelle varie simbologie religiose) scorre a fiumi, scene da horror sono frequenti e tutto il paratesto religioso fa da base e da collante. Koolhoven mette in mostra ciò di cui è capace la religione, il modo in cui trasforma le persone, le conseguenze per chi non segue le sue regole e non si sottomette (indovinate soprattutto chi? Esatto, le donne) e specialmente il loro malsano rapporto con il sesso e la sessualità (tutto il film gioca su questo, e sulla violenza sulle donne). Le citazioni della Bibbia sono a profusione, e tutti i personaggi parlano e agiscono plasmate dalla loro fede. Ci sono racconti di apparizioni angeliche, continui riferimenti (visuali e non) all’inferno e all’incesto, pene corporali, assassinii a sangue freddo. Ci sono scene in cui Koolhoven mostra la dicotomia legge/giustizia e scene in cui semplicemente lo spettatore rimane basito su come davvero la religione e la fede influenzino i comportamenti delle persone (ma questo l’ho già detto).
Koolhoven fa un buon lavoro, in tutti gli aspetti del film, anche se alla fine si ha la sensazione che abbia fatto pure il passo più lungo della gamba, cadendo nella pretestuosità e prendendo il tema del film troppo seriamente.
L’apparato registico è comunque degno di attenzione, con un uso accurato della fotografia e splendide inquadrature panoramiche e movimenti di macchina. L’ambientazione, che è quella di un generico Far West americano, è tuttavia un punto debole perché non dà nessun punto di riferimento geografico e dimostra chiaramente che il film non è stato girato in loco (infatti le riprese sono state fatte in Ungheria, Spagna, Austria e Germania). Anche interni e città hanno quell’aspetto “europeo” che sembra così difficile riuscire a mascherare. Armi anonime (se ne vedono non più di una mezza dozzina in tutte le due ore e mezza di film), a parte un paio di Winchester, compaiono ogni tanto giusto per.
Brimstone insomma non è un western e basta. Prende il genere a pretesto ma in realtà si tratta di un dramma (con punte di thriller) a tema religioso, un’esplorazione del lato oscuro dell’uomo; “Variety” lo definisce un “western horror domestico sadomasochistico” (non è tanto campata per aria come definizione, anzi). Nessuna vera sparatoria, un solo duello (anomalo), pochi - se non nessuno – riferimenti alle componenti western classiche, ma il film – se non vi spaventa la durata – è guardabile (non dai bambini, comunque), in particolare per il tema e per come viene esposto.
Alla fine vi verrà voglia di gridare: "Ma le religioni, a che cazzo servono?".

venerdì 24 febbraio 2017

"Along the River. La frontiera spezzata" è un nuovo western italiano [segnalazione]


Ormai da molti anni il sito farwest.it è una vera fucina di scrittori western. Alle pagine di questa comunità virtuale sono legati, tra gli altri, Stefano Jacurti, Luca Barbieri e Domenico Rizzi. Oggi a questa schiera si aggiunge anche Giampaolo Galli, scrittore triestino che ha dato alle stampe il suo primo romanzo Along the River. La frontiera spezzata.
La storia di questo romanzo è singolare: nasce come racconto breve dal titolo "Lungo il fiume" per un numero della collana narrativa "Racconti del West" di farwest.it (trovate il pdf a questo link) e qualche anno dopo viene scelto addirittura come soggetto del film Along the River, diretto da Daniele Nicolosi e interpretato niente meno che dal mitico Franco Nero. Il film ha una produzione lunga ma alla fine esce nel 2016 e riceve numerosi premi, tra cui il primo posto agli American Movie Awards 2016 di Las Vegas come miglior opera straniera. Da questi riconoscimenti Galli capisce che la storia è troppo grande per essere compressa in un racconto, quindi si mette al lavoro e in pochi mesi scrive questo corposo romanzo. «Come ormai sapete, l'uscita di questo romanzo significa molto per me;» scrive l'autore «un progetto nato passo dopo passo che mi ha fatto entusiasmare per tutto quello che lo ha preceduto: Il racconto originario e il contest di farwest.it, il cortometraggio con Franco Nero, i festival cinematografici e i riconoscimenti internazionali. Un percorso lungo cinque anni, durante i quali ho sognato parecchio e mi sono anche demoralizzaato per le inevitabili difficoltà e le battute d'arresto che hanno accompagnato la realizzazione dell'intero progetto».
Per capire meglio di cosa si tratta il romanzo lascio la parola alla sinossi:

New Mexico, 1905.
Due storie che s'incrociano, si tingono di sangue e procedono verso un feroce destino.
Da un lato il dramma famigliare di Frank De Ville, malinconico sceriffo di uno sperduto villaggio di frontiera e dall'altro Timothy Suffolk, un cinico avvocato impegnato in una delicata trattativa con alcuni leader navajo. La posta in gioco è altissima: un immenso giacimento di oro e idrocarburi lungo il corso del fiume San Juan, che cambierà per sempre la vita della tribù. Suffolk usa la potente arma della corruzione per ottenere dagli indiani i permessi di sfruttamento minerario, ma un efferato omicidio all'interno della riserva sconvolge i suoi piani e innesca una spirale di cieca violenza che trascinerà tutti verso il baratro.

Duro e spietato,
Along the River è una favola nera che devasta anche i rapporti più intimi come quelli tra padre e figlio; sarà la grandezza della natura selvaggia - muta ed impassibile dinanzi alle miserie umane - a dilatare i toni crepuscolari dell'intera vicenda e ad accentuarne il carattere epico.


Galli è un giramondo e ha viaggiato molto negli Stati Uniti e nel West. Siamo sicuri che il suo romanzo saprà coinvolgere il lettore e ricostruire quell'atmosfera western che tutti noi amiamo!

Along the River. La frontiera spezzata è disponibile su Amazon in ebook e cartaceo e in formato digitale sui maggiori bookstore online.

Di seguito il booktrailer del romanzo:


lunedì 30 gennaio 2017

"Frontier", la serie tv della prima Frontiera

Aria fresca, aria di Avventura! È la nuova mini serie tv Frontier a portarci, caso più unico che raro, nel Canada dei primi coloni di fine Settecento. Niente western classico, dunque, ma un periodo importante nella storia dell'intero Nord America, quando il futuro del Canada era ancora tutto da decidere e in ballo, oltre alla ricchezza, c'era l'intero territorio.
Frontier segue la vicenda del protagonista, Declan Harp (il gigantesco ex Conan Jason Momoa, gran faccia da western), alla ricerca di vendetta contro la Hudson Bay Company, la compagnia che gestisce e monopolizza - anche se con difficoltà - il commercio delle pellicce e che gli ha distrutto la vita. La sua caccia ha l'obiettivo di distruggere Lord Benton (Alun Armstrong).
In Frontier le parole d'ordine sono solo due: informazioni e intrighi. In un clima in cui le rivalità commerciali sono al culmine, con la HBC che tenta di spazzare via le concorrenti più piccole e nel frattempo cerca di ingraziarsi gli indiani locali, il gran numero di personaggi si muove seguito unicamente dai propri interessi (spesso commerciali), rompendo alleanze e formandone di nuove ogni volta che cambia il vento. Il cardine della vicenda è la locanda di Fort James gestita da Grace Emberly (Zoe Boyle), praticamente una specie di CIA della prima Frontiera, dove passano tutte le informazioni su ciò che succede nel villaggio e in generale lungo la costa orientale del Canada. In questa locanda si stringono nuovi patti e ci si sfida a duello, passano spie di ogni fazione, si scambiano favori e informazioni e ci si muore, anche. Lord Benton, capo della HBC, è l'antagonista di turno, spalleggiato dal suo capitano, Chesterfield (Evan Jonigkeit) e il relativo seguito di soldati inglesi. Contro di loro ci sono Harp e la sua banda, compreso il giovane Michael Smith (Landon Liboiron), un ladruncolo irlandese che si ritroverà catapultato nel Nuovo Mondo contro la sua volontà. Il monopolio del commercio delle pellicce è l'obiettivo di molti dei personaggi, per cui si assiste ad alleanze fatali, cadute rovinose e lotte non solo con gli indiani ma anche tra le compagnie e i cacciatori di pellicce.
Colpi di scena, personaggi ambigui, complotti e intrallazzi, femmes fatales, tanto sangue e un bel po' di azione sono tra gli ingredienti di Frontier che, forte anche di una ricostruzione ambientale impeccabile, riesce almeno nell'intento di intrattenere gli appassionati. Perchè nei suoi sei episodi il difetto (purtroppo neanche tanto piccolo) salta fuori solo alla fine: forse tranquillizzati dalla seconda stagione, gli sceneggiatori hanno pensato bene di non annodare nessun filo delle tante vicende raccontate e intrecciate sicchè la prima stagione diviene una lunga presentazione dei personaggi e la posa delle vicende la cui risoluzione avverrà, si presume, nel corso della seconda stagione.
A conti fatti, Frontier è un prodotto guardabile, soprattutto dagli appassionati di storia, ma non lascia molto. Nel corso delle prime puntate si proclama a voce alta il nome di Declan Harp come uno spietato commerciante di pellicce e come se dovesse essere il protagonista indiscusso ma alla fine dell'ultimo episodio si evince che la sceneggiatura non gli ha lasciato lo spazio che ci si aspettava dall'inizio; in generale, comunque, risulta un po' fiacca. La mancanza di qualsivoglia risoluzione ai tanti conflitti è solo la punta dell'iceberg, l'intera stagione si adagia su situazioni abbastanza stereotipate e sugli bellissimi scenari naturali e ambientazioni, ma non riesce davvero a spiccare il volo.
Non resta che aspettare la seconda stagione e sperare che si riesca ad avere un minimo di soddisfazione.

sabato 21 gennaio 2017

"Nella valle della violenza", Ethan Hawke vs John Travolta

“Quegli uomini non mi hanno lasciato niente. Ma io gli lascerò ancora meno.”

Nella valle della violenza (In a Valley of Violence) è il secondo film non horror del regista Ti West. Famoso per le raccapriccianti visioni di La casa del diavolo, The Innskeeper, Cabin Fever 2 e V/H/S, il giovane regista americano ha voluto coronare un sogno e ha girato questo western atipico, diverso rispetto ai “classici” che sono usciti nell’ultimo periodo.
Intendiamoci, la trama è banalissima: lo straniero che in città si scontra con il boss locale, viene quasi ammazzato e ritorna per vendicarsi. Voi direte che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, giusto? E invece vi sbagliate. A cominciare, ed è importante segnalarlo, dal cast totalmente inedito per il western. Il protagonista è Ethan Hawke, che anche se ha girato I magnifici sette in realtà Nella valle della violenza è il suo primo western, in quanto girato prima del film di Fuqua; gli antagonisti sono John Travolta al suo primissimo western (a 60 anni!) e James Ransone che bissa lo sconosciuto The Timber; e i personaggi di contorno sono Tessa Farmiga e Karen Gillan, due sorelle che gestiscono l’albergo, anch’esse nuove per il genere.

Poi c’è il regista, anzi nel nostro caso il regista/sceneggiatore/montatore. Ti West, che viene dalla sua nomea di autore prettamente horror, ha dichiarato di aver voluto cambiare aria e provare a fare qualcosa di diverso. Nella valle della violenza è qualcosa di diverso anche all’interno dello stesso genere western. Niente di trascendentale, si capisce, ma contiene quei due o tre innesti che lo fanno spiccare (nel bene e nel male) tra gli altri. Per esempio West (nomen omen) gioca tutta la faccenda sull’umorismo. Il film, nonostante sia abbastanza violento, si adagia su una base di costante senso di commedia: la cagnetta che accompagna il protagonista, la proprietaria dell’albergo che non solo parla a fiumi ma anche in velocità 1000x, gli incontri con il prete, un buon numero di dialoghi… È un’atmosfera sardonica che gioca sul filo dell'humor (anche nero) ma non sfocia mai nella comicità pura, rimanendo nel solco tra il serio e il faceto, senza però (e qui sta la bravura di West) prendere il sopravvento su una faccenda che vuole essere, ed è, la storia di una vendetta.
All’estremo opposto, poi, c’è quello che il regista non ha potuto (direi non ha voluto) evitare, ossia lo spruzzo di horror: come ha dichiarato Jason Blum, il produttore, «C’è un po’ di horror nel film. Una goccia». Ve ne accorgerete, e vi accorgerete soprattutto di una breve scena girata in modo decisamente nuovo per il genere.


Per il resto Nella valle della violenza è un western puro: John Travolta interpreta benissimo un marshal con una gamba di legno, autoritario e intelligente; è stato un vero piacere vederlo in questo ruolo, con i baffoni, i capelli lunghi e lo Stetson, anche se ci ha pensato un po’ tardi. Hawke è uno straniero, un ex soldato col classico passato oscuro alle spalle, la cui unica compagnia è quella di una simpatica cagnetta di nome Abbie; anche qui il personaggio di Hawke (che ha una faccia perfetta per il western) è canonicissimo e, secondo alcune considerazioni, è liberamente ritagliato su quello di Clint Eastwood in Lo straniero senza nome. Ed effettivamente, a seguire tutta la vicenda, non è difficile notare alcune analogie con il bel film di Clint. A chiudere il cast c’è, come detto, James Ransone, che interpreta il figlio di Travolta, un bullo violento e pieno di sé; e Tessa Farmiga e Karen Gillan, buona e dolce la prima quanto insensibile e cinica la seconda.


Nella valle della violenza si presenta dunque come un western classico, con tutti gli elementi al posto giusto, anche se la visione d’insieme rivela una patina di “povertà”: i pochi personaggi, le location ristrette (è un western urbano), la trama stessa che è striminzita e si dipana con una lentezza quasi fastidiosa. Anche per essere un film di vendetta è decisamente povero di azione, lo spettatore si aspetta chissà cosa invece West risolve tutto col freno a mano tirato, ma fa tutto senza nessuna forzatura e col gusto del classico. La fotografia è standard, un po’ pallida ma luminosa, così come i costumi e le armi, che sono poche e lasciate all’inerzia della canonicità (Colt e Winchester, ma Hawke usa una Smith e Wesson e uno Springfield Trapdoor).
Da segnalare, invece, la bellissima e azzeccata colonna sonora di Jeff Grace, classicheggiante con i tipici fischi da spaghetti western e molto evocativa (rarissimo caso, visto che i western recenti non hanno più colonne sonore da western ma ormai anonime musiche troppo moderne), e i titoli di testa: grafica di un rosso sparato, a forti contrasti e con le silhouettes di uomini a cavallo e pistole, anche questi in tipico stile spaghetti western (c'è pure il suono dello sparo!).

Nella valle della violenza timbra il cartellino del western, rimane un po’ e poi passa oltre. È un film che si guarda con piacere ma col senno di poi lascia il dubbio che si sarebbe potuto fare di più, specialmente con la coppia di attori che l’hanno interpretato. Vale comunque la pena guardarlo per la giusta dose di serio e divertente che lo contraddistingue, ma non solo: attori in spolvero, colonna sonora che finalmente riaccende il genere e una certa atmosfera da western d'altri tempi.